Lentoviaggiare...
teoria evolutiva...
Ho viaggiato… Ho viaggiato
qualche giorno o diverse settimane. Lontano e vicino. Nelle diverse
stagioni…
I ricordi più belli,
sono sicuro, sono nei viaggi lenti… come quelli in bicicletta o a
piedi…
E prima di partire, e dopo
essere tornato mi sono sempre interrogato.
Perché alcune sensazioni
mi attraggono più di altre? Com’è che un viaggiare per
i più disagevole a me sembra così naturale?
Guardando ai viaggi che sono
stati, trovo diverse sensazioni, diversi stimoli che mi hanno fatto
partire.
Tutti siamo concordi nel
dire che viaggiando lentamente si colgono dei particolari che altrimenti
si perdono. Tutti siamo concordi nel descrivere il benessere dato
dalla fatica fisica, amplificato dall’unione di sport e viaggio.
Lentoviaggiando ho colto particolari bellissimi, ho sentito il mio
fisico tonificarsi e stare bene. Sono stato orgoglioso di volta in
volta del traguardo raggiunto. Ho cercato posti strani, forse per
stupire non solo me stesso. Ho cercato posti dove la natura fosse
più forte che mai e li ho visitati in balia del vento e della
pioggia.
Io credo che potremmo argomentare queste sensazioni in mille modi.
Che siano tutte motivazioni valide.
Tuttavia non mi sono sufficienti
per spiegare una sensazione che ho in viaggio. Una sensazione timida,
che si coglie solo dopo che si è fatta attenzione. Ho imparato
a conoscerla solo recentemente, ma guardando ai ricordi dei viaggi
più belli, capisco che era sempre presente. Una sensazione
che penso che sia la più importante.
Viviamo un quotidiano fatto
tra mura di cemento, cibo sicuro e vestiti adeguati. D’inverno scaldiamo,
d’estate raffreddiamo… alla ricerca del clima ideale. Ci sono una
serie di cose che diamo assolutamente per scontate come l’acqua e
un riparo dalla pioggia, come sapere dove ci troviamo.
L’opposto dovrebbe essere
disagio.
Vivere in tenda. Mangiare
quello che si ha. Avere fame. Avere freddo. Essere bagnati fino all’osso.
Spaccarsi la testa per capire come mai il villaggio che cerchiamo
non è ancora all’orizzonte. Essere nel deserto, nessuno che
può aiutarci. Vedere un temporale all’orizzonte e non avere
un posto in cui ripararsi. Dover viaggiare contro vento, costi quel
che costi. Trovare dell’acqua. Poter portare solo quella che si ha
la forza di trasportare. Controllare quanta acqua si ha e bere il
necessario. Attraversare un fiume con l’acqua alla vita. Dormire all’aperto
e avere paura dei rumori che ci circondano. Sentirsi sfiniti dalla
fatica. Doversi alzare il mattino e proseguire il cammino. Essere
nomadi.
Io non credo che il bello
che vediamo in viaggio sia sufficiente a farci “patire” quello che
passiamo da lentoviaggiatori. Io faccio fatica a spiegarmi come mai
se mi guardo dentro quanto vivo tutte queste cose, mi sento incredibilmente
a mio agio. Non riesco a capire come una situazione in cui mi sono
trovato pochi mesi in confronto al resto della mia vita “normale”
mi sembri così maledettamente naturale…
Ipotizzando di non essere pazzo, insieme alle altre centinaia di persone
che fanno le stesse cose, credo di avere intuito una possibile spiegazione.
A pensarci bene, l’uomo nelle
ultime centinaia e centinaia di anni non è che sia cambiato
granché. La scala dei tempi evolutiva è ben altra roba.
Ma cosa lo distingue oggi da quello che era un uomo di cinquanta,
cento, mille anni fa? L’uomo è fondamentalmente lo stesso,
è ciò che lo circonda che è cambiato.
Se oggi compriamo una macchina
foto digitale questa avrà il doppio dei sensori per il verde.
L’occhio umano percepisce il doppio dei dettagli nel verde che negli
altri colori. Eppure e da quando sono nato che vedo più grigio
che verde.
Meccanismi di risposta come la paura. Il fatto che l’udito non si
spenga la notte. Il fatto che il nostro orecchio sia più sensibile
nelle frequenze del parlato e dei suoni della natura. I brividi. L’abbronzarsi.
Tutti meccanismi più indispensabili nella vita in natura che
nella vita in città.
Allora non sarà forse che dal passato mi porto dietro una serie
di caratteristiche che servivano ai miei antenati a vivere in natura?
Allora non è forse
che sono più adatto a cercare dell’acqua, a sopportare la fame
e a cercare un rifugio per la notte? Non è che tutto queste
cose che viviamo in giro per il mondo in bicicletta sono insite nella
nostra natura?
Non è che sono più adatto a sopportare il vento e la
pioggia che non preoccuparmi del traffico, del contratto e dell’estratto
conto?
Allora forse è per
questo che all’aperto mi sento così a mio agio, anche quando
non ne posso più. Forse è perché il mio fisico
e le mie emozioni sono state rodate da centinaia di anni di confronto
con la natura.
Non so, ultimamente inizio
a credere in questa spiegazione. E se poi non è così
per davvero, cosa importa? L’importante è che abbiamo scoperto
quanto è bello lento viaggiare… e visto che quando viaggiamo
abbiamo finalmente il tempo di riflettere… viaggiamo… e così
magari torneremo con un’altra domanda e un’altra spiegazione… che
sarà forse l’alibi per partire di nuovo.